I partigiani di Piobbico



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I PARTIGIANI DI PIOBBICO

(Sarnano - MC)

DAI RICORDI DI EDO MARIOTTI

(a cura di Giampietro Mariotti)

I

In occasione del sessantesimo anniversario della guerra di liberazione, molto è stato scritto sulla vita di quei giovani che negli anni ‘43-’45 si trovarono ad affrontare una drammatica situazione, scaturita dai negativi risvolti della seconda guerra mondiale. Trovandosi senza alcuna direttiva, da parte di chi avrebbe dovuto decidere della loro sorte, furono costretti ad agire di propria iniziativa, con il proposito e la speranza di riportare la libertà e la legalità nella nazione. Si formarono così, spontaneamente, numerosi gruppi di giovani sbandati, militari e non, in moltissime località, tutti orientati ad operare per la cacciata dei nazifascisti dall’Italia. Anche a Piobbico di Sarnano si costituì uno di questi gruppi: il Gruppo 1° Maggio. Di questo gruppo molte persone hanno parlato e scritto, ma sempre per sentito dire, e non per conoscenza diretta dei fatti.

 

I partigiani di Piobbico

Recentemente abbiamo letto una pagina tratta dal diario di un componente di un reparto fascista del Battaglione "M" IX Settembre, di stanza nel camerinese, con due plotoni dislocati a Sarnano ("l’Appennino camerte", 15 gennaio 2005). In questo diario si legge, tra l’altro, che i partigiani locali avrebbero "progettato un colpo di mano contro il presidio fascista di Sarnano, al fine di indurre lo stesso presidio ad effettuare rappresaglie contro i civili". In merito abbiamo sentito il parere di un diretto protagonista dell’epoca, uno dei primi ideatori del Gruppo 1° Maggio, il partigiano Edo Mariotti di Piobbico. "Notizia infondata e tendenziosa", sentenzia. "Il nostro gruppo ha sempre agito cercando di salvaguardare, nei limiti delle esigenze operative, l’incolumità e la sicurezza dei civili, che erano in pratica le nostre famiglie".

Edo, che conta oggi 84 primavere, ricorda con piena lucidità e con dovizia di precisione gli avvenimenti di quel travagliato periodo e ci racconta della sua vita trascorsa tra i partigiani di Piobbico dal settembre ’43 al giugno ’44. "Ero militare a Pesaro con il grado di Caporale Maggiore in promozione a Sergente, quale addetto ai magazzini viveri e vestiario del locale Distretto. L’otto settembre 1943, dopo la notizia ufficiale dell’avvenuto armistizio tra l’Italia e le Forze Alleate, tutto l’esercito italiano si trovò allo sbando. Nessuno sapeva indicarci quale comportamento era da tenere nei confronti dei tedeschi, dei quali fino a quel giorno eravamo stati alleati. Si sapeva però che i tedeschi avevano cominciato a disarmare i militari italiani per poi inviarli in Germania quali loro prigionieri. In questo clima di timore e paura, il giorno tredici di settembre, lottando con i miei superiori, che nel frattempo si erano collocati in licenza, anch’io riuscii ad ottenere una licenza di due mesi pagata anticipatamente. Indossata una tuta estiva, sono partito a piedi, all’una di notte, in direzione di Fano, insieme con il commilitone Nicola Pettorossi di Roma. A Fano siamo riusciti ad aggrapparci ad un vagone di un treno strabocchevole di militari sbandati e siamo arrivati fino a Civitanova Marche. Da qui, per i campi, fino al mio domicilio di Piobbico unitamente all’amico Pettorossi, che non poteva raggiungere Roma in quanto già occupata dai Tedeschi".

"Il giorno 15 dello stesso mese mi presentai al Maresciallo dei Carabinieri di Sarnano per la registrazione della licenza. Dopo alcuni giorni il Maresciallo mi fece chiamare per dirmi che dovevo rientrare a Pesaro perché tutte le licenze erano state annullate. Sapendo quale era la situazione generale ed avendo visto che il disordine dilagava ormai in tutte le caserme, dissi al Maresciallo che non intendevo assolutamente ripresentarmi. Il 22 ottobre, dovendo documentare la morte di un anziano, avvenuta accidentalmente in montagna, il Maresciallo accompagnato da un Appuntato, saliva a Piobbico anche con la ferma intenzione di fare ottemperare al sottoscritto l’ordine per il rientro al Corpo. Naturalmente non mi feci trovare. D’accordo con il Pettorossi decidemmo, sul momento, di sorprendere i due Carabinieri per prendere le loro armi. Avevamo due pistole della prima guerra mondiale, una delle quali scarica e l’altra con tre colpi. Con il viso coperto affrontammo i due militi facendo intendere che eravamo fedeli seguaci del Re. I Carabinieri non ebbero il tempo di opporre alcuna resistenza, tanto fu rapida la nostra azione nel disarmarli".

"La sera dello stesso giorno riportai le armi in caserma facendomi riconoscere, precisando che facevamo parte di un numeroso gruppo di patrioti (ancora non eravamo chiamati partigiani) dislocati negli anfratti dei Sibillini. Il Maresciallo mi offrì di tenere le armi per le nostre esigenze. Rifiutai affermando, conscio di mentire, che avevamo armi in abbondanza e molto più efficienti di quelle che ci venivano offerte. Il Maresciallo il giorno seguente andò via da Sarnano perché trasferito in altra sede, lasciando per il sottoscritto una formale denuncia. Iniziò a circolare la voce che nelle nostre montagne agivano migliaia di patrioti.

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In realtà il sottoscritto e l’amico Pettorossi eravamo la prima cellula costitutiva del futuro Gruppo 1° Maggio".

II

"Arrivarono subito altri sbandati del nostro esercito ed alcuni slavi che erano fuggiti dal campo di prigionia di Colfiorito", continua a raccontare Edo Mariotti. Altri giovani di Piobbico e delle vicine frazioni, renitenti alla leva, andarono ad infoltire il gruppo. Forte della sua intraprendenza caratteriale ed essendo stato il primo ad agire, Edo si trovò a dover coordinare e a disporre del necessario per la sopravvivenza embrionale del gruppo.

"Fissammo la nostra sede in alcuni locali di casa Papi, al centro della frazione, e raggiungemmo presto le quindici unità", precisa. "Arrivò anche un ufficiale dell’esercito, il Sottotenente Decio Filipponi di Roma che, per le sue spiccate doti umane e qualità professionali, fu nominato all’unanimità comandante del gruppo". Il gruppo era pronto ad agire ma mancavano armi e munizioni. "La prima azione corale fu quella di disarmare la caserma dei Carabinieri di Piastra. Abbiamo agito nottetempo, armati con qualche fucile da caccia ed impiegando cartucce caricate con capocchie di chiodi. Siamo arrivati a Fiastra verso la mezzanotte e dopo aver circondato la caserma senza sparare un colpo, abbiamo intimato ai Carabinieri presenti di consegnarci moschetti e pistole, con relative munizioni".

Faccio presente a Edo che da una "cronistoria" delle azioni più importanti del suo gruppo risulta che il 13 dicembre ’43 è stata eseguita in Sarnano la soppressione di un ufficiale dell’esercito svolgente propaganda fascista. "Assolutamente falso", afferma indignato. "Non c’è stata nessuna azione di gruppo in quella sciagurata circostanza, e l’ufficiale ucciso non mi risulta che facesse propaganda fascista. Uno degli ultimi arrivati al gruppo, un pugliese di nome Cosimo, purtroppo risultò essere un detenuto fuggito dal carcere di Ancona. Manifestò subito, nelle proprie azioni, una condotta poco rassicurante e per questo fu reiteratamente richiamato dal comandante Filipponi e dal sottoscritto a tenere un comportamento più consono alla vita di gruppo. Quel giorno, andando in giro per Sarnano, provocò invece deliberatamente un diverbio con il Tenente Pietro Birzoli, che forse stava trascorrendo qualche giorno di licenza in famiglia. Cosimo, passeggiando per il borgo, mise spavaldamente in mostra le proprie armi, facendo intendere di volerle usare senza troppi complimenti. Il Tenente Birzoli, presente sulla via, richiamò giustamente alla moderazione il partigiano perché così facendo avrebbe potuto instaurare tra la popolazione un ingiustificabile clima di timore. Cosimo rispose al richiamo estraendo la pistola e facendo fuoco contro l’ufficiale. Il Birzoli, anche se prontamente soccorso, si spense prima che giungesse all’ospedale".

Dopo quel grave episodio i rapporti tra me e Cosimo, già alterati, si fecero estremamente tesi. Lo affrontai brutalmente minacciandolo con le armi se non avesse mutato il suo comportamento. In verità Cosimo era diventato la mina vagante del gruppo. Agiva d’iniziativa propria ed in maniera delinquenziale. Si faceva ancora più pericoloso perché era spalleggiato e protetto da un altro elemento poco affidabile: lo slavo Drago. Tra l’altro i due avevano complottato una esecuzione capitale nei miei confronti e di altre persone di Piobbico. Il gruppo compatto decretò pertanto che i due dovessero essere fisicamente eliminati. Per una giornata intera, se non ricordo male il 3 febbraio ’44, i miei genitori fecero in modo che io restassi chiuso in casa per evitare che potessi affrontare il bandito. Erano consapevoli della situazione drammatica che si era creata e sapevano quanto io fossi determinato, in quel momento, contro Cosimo. Lo stesso giorno, con un’azione

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precedentemente concordata, gli slavi Rader e Velemir colpirono a morte, contemporaneamente, l’uno Cosimo e l’altro Drago, a poche decine di metri dalla mia abitazione, dove io ero rinchiuso con tutta la mia famiglia".

 

 

 

 

 

 

 

I primi partigiani di Piobbico. Al centro, con il maglione bianco, il Comandante Sottotenente Decio Filipponi, decorato di Medaglia d’Oro al Valore Militare alla memoria.

III

Al primo febbraio 1944 risale la perdita del primo partigiano del gruppo di Piobbico, chiamato in quel periodo "distaccamento d’assalto Garibaldi". Su questo tragico avvenimento la già citata "cronistoria" delle azioni più importanti del gruppo, recita testualmente: "1 febbraio, azione contro un camion di fascisti entro il paese di Sarnano. Un partigiano caduto: Tabarretti Antonio".

"Non è esatto", corregge contrariato Edo Mariotti. "E’ vero che il primo febbraio ’44 il gruppo era sceso compatto a Sarnano per un controllo a seguito di un segnalato movimento di truppe tedesche. Il tratto di viabilità Sarnano-Amandola era il nostro settore di azione per attività di disturbo contro i nazisti. In realtà quel giorno non successe nulla di particolare e ben presto tornammo tutti, o quasi, regolarmente in sede. Si attardarono, per motivi personali, mio fratello Aldo, anch’egli del gruppo, e l’amico Antonio Tabarretti della frazione Stinco. Nel partire da Sarnano, i due si imbatterono in una macchina civile in transito verso Macerata. Il Tabarretti, tenendo un fucile da caccia sulle spalle, forse tentò di fermare la vettura. Dall’interno della stessa partirono alcuni colpi. Mio fratello Aldo fu leggermente ferito ad un braccio, il Tabarretti invece cadde colpito mortalmente. Nessun camion di fascisti quindi, e nessuna azione di gruppo".

 

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A questo punto faccio leggere integralmente ad Edo la cronistoria del gruppo di Piobbico tratta dalla pubblicazione Tolentino e la resistenza nel maceratese1. Dopo averla letta e dopo un attimo di riflessione Edo afferma: "L’attività svolta dal gruppo dei partigiani di Piobbico non risponde esattamente a quella descritta in questa pseudo-relazione. Ritengo inoltre che la relazione stessa non sia stata redatta da un componente del gruppo, ma da qualcuno che, pur non avendo partecipato all’attività partigiana, abbia avuto interessi personali o di partito ad alterare gli avvenimenti. Per questo io, quale ex partigiano combattente, avendo partecipato con piena responsabilità, per tutto il periodo, all’attività del gruppo, non concordo su quanto artificiosamente riportato nella cronistoria in esame".

All’inizio della primavera del ’44 gli Alleati effettuarono un lancio di armi per il gruppo di Piobbico sul passo della Maddalena, nei pressi di Monte Sassotetto. In totale furono lanciati sette contenitori metallici con dentro armi, tra le quali diversi Sten, molte munizioni, cioccolato e sigarette. Per il trasporto dei contenitori alla base furono impiegati alcuni asini avuti in prestito dagli agricoltori locali.

Seguiamo ancora la rievocazione di Edo Mariotti. "Per alcuni giorni, tra il 15 ed il 20 febbraio 1944, mi trovai a dormire nella vicina frazione di Terro per la sorveglianza a due militari tedeschi che avevamo fatti nostri prigionieri e che in seguito lasciammo liberi. D’intesa con il comandante Filipponi avevamo convenuto di non lasciare i prigionieri in balia di alcuni slavi, vista la loro eccessiva determinazione ad uccidere, anche quando la situazione non lo richiedeva. Cosa che accadde qualche tempo dopo, quando, per mani dello slavo Luca e di qualche suo connazionale, furono uccisi tre tedeschi, che erano occasionalmente di passaggio a Sarnano. A seguito di questo fattaccio cominciammo a temere per una probabile rappresaglia tedesca. Per questo istituimmo un servizio informazioni con una staffetta dislocata in zona Macerata. Per ovvi motivi di sicurezza avevamo anche previsto che particolari notizie non arrivassero direttamente alla sede del gruppo ma in zone vicine. Tornai così a dormire per qualche giorno a Terro e, se non ricordo male, nella notte del 23 marzo ’44, arrivò purtroppo, la notizia certa che da parte dei tedeschi si stava preparando un attacco al nostro gruppo".

"Alla luce di queste allarmanti notizie il gruppo fu frazionato in piccoli nuclei decentrati nell’area bassa delle Marche, sotto il controllo dello slavo Jancko Klikovak. I pochi rimasti in zona, tra i quali il sottoscritto ed il Sottotenente Decio Filipponi, andavamo a dormire nella grotta denominata Tre Santi, in prossimità delle sorgenti del Tennacola. La sera del 28 marzo, come peraltro avevamo fatto nei giorni precedenti, Filipponi ed io ci recammo a Sarnano, presso una famiglia proveniente da Civitanova, per avere eventuali notizie sul paventato attacco tedesco. Avuta la conferma che non risultavano in preparazione azioni imminenti, tornammo a Piobbico dove potemmo gustare del parmigiano che mia madre aveva acquistato per i dipendenti boscaioli".

Quella sera Decio, visto che non erano pervenute notizie allarmanti, espresse il desiderio di dormire comodamente in casa Mariotti. Non immaginava certamente che quella doveva essere l’ultima notte della sua giovane vita. L’abitazione, che era conosciuta come un punto di riferimento continuo per il gruppo, in previsione di una quasi certa azione distruttiva, era stata svuotata delle cose più importanti ad eccezione della camera dei miei genitori e di quella dei fratelli più piccoli. Dopo aver recuperato due reti, ci siamo sistemati in una camera io, Filipponi e mio fratello Ildo (1925) anche lui inseritosi nel gruppo. Verso l’una

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1 Tolentino e la Resistenza nel Maceratese, Accademia Filelfica, Tolentino 1964,, Pubblicazione a cura del Comune di Tolentino per le celebrazioni del Ventennale della Resistenza, nell'anniversario dell'eccidio di Montalto, in occasione della consegna della Medaglia d'argento al Valor Civile alla città di Tolentino - 22 marzo 1964.

dopo mezzanotte, alcuni colpi decisi alla porta d’ingresso, ci fecero sobbalzare dal letto. Erano gli slavi Goiko e Wladomir provenienti da una delle basi decentrate, molto distante da Piobbico. I due, dopo essersi rifocillati, andarono a dormire in un'aula della vicina scuola elementare".

 

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IV

Lo scrittore saggista Massimo Salvatori, nel presentare nel 1962 La resistenza nell’anconetano e nel piceno, assai realisticamente presagiva che "Molto di quello che avvenne nel ‘43-’44 verrà ignorato per sempre perché chi sapeva non è più, e non ha lasciato la sua testimonianza". Lo stesso autore, molto saggiamente, suggerisce: "Prima che la nebbia diventi più fitta e che le memorie si dileguino, è bene mettere per iscritto i fatti" che potranno contribuire a fare chiarezza su una pagina di storia così importante, anche se tragica. A questo è tesa questa rievocazione fatta sull’onda dei ricordi di un diretto protagonista dell’epoca. A ricordare i fatti, ma soprattutto a ricordare ed onorare i caduti, di qualsiasi parte, e per qualsiasi motivo.

"La mattina del 29 marzo 1944 ero già sveglio, prima dell’alba, quando vidi dalla finestra il bagliore di un razzo in direzione di Sarnano", continua con i suoi ricordi Edo Mariotti. "Mi alzai e guardai dalla finestra: la casa era circondata da militari tedeschi. Sollecitai Decio e mio fratello ad alzarsi ed istintivamente ci avviammo di corsa in soffitta. In quel momento i tedeschi bussarono violentemente alla porta ordinando di aprire. Mio padre, in mutande di lana lunghe, tipiche della zona nella stagione fredda, andò ad aprire. I tedeschi gli chiesero dove eravamo noi figli. Tentò di dire che non eravamo in casa, ma il letto caldo e lo scompiglio in camera testimoniavano la nostra presenza. Si udirono delle minacce verso mio padre ed il Tenente Filipponi, molto responsabilmente, iniziò a scendere le scale. Sulla porta ci incontrammo con i tedeschi che stavano salendo in soffitta".

"Ci obbligarono a stare in piedi in mezzo alla cucina con un mitra puntato verso di noi, mentre altri tedeschi perquisivano la casa. Ultimata la perquisizione concessero a mio padre cinque minuti di tempo per portare fuori quello che voleva, poi sulla casa si riversarono nutriti lanci di bombe a mano e l'azione distruttiva dei lanciafiamme".

 

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Tutta la frazione era stata nel frattempo setacciata dai tedeschi e gli uomini che erano stati sorpresi nelle case, nelle soffitte e nelle cascine, erano stati riuniti al centro dell’abitato. "Anche il sottoscritto, unitamente a Decio Filipponi e a mio fratello Ildo, fummo trasferiti sul posto", riprende a rievocare Edo Mariotti. "Durante il tragitto incontrammo altri tedeschi accompagnati da un certo Tolmino Cicalè, che per due o tre giorni, dopo essersi spacciato per un militare sbandato, si era infiltrato come spia nel nostro gruppo. Il Cicalè riconobbe Decio Filipponi e disse a quelli che stavano mettendo in riga i rastrellati, di sospendere l’operazione perché era stato trovato il comandante del gruppo. Affermò anche di non conoscere il sottoscritto come partigiano. In verità la spia non mi aveva mai visto nel gruppo perché proprio durante la sua breve permanenza a Piobbico io mi trovavo in località Terro, come già detto, per la sorveglianza a due prigionieri tedeschi".

Piobbico era stata interamente circondata dai tedeschi, ma non ci fu uno scontro armato diretto. La rappresaglia tedesca si accanì impietosa sul comandante del gruppo e su quanti tentarono la fuga. I due slavi, Gojkovic e Wladomir, che si trovavano a dormire nella scuola, erano saltati da una finestra per tentare di raggiungere la montagna. Dopo poche centinaia di metri furono abbattuti dalle raffiche di una mitragliatrice. Anche due giovani di Piobbico, Ivo Pazzelli ed Enzo Miliucci, caddero sotto il fuoco tedesco mentre tentavano la fuga verso il cimitero.

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Lapide affissa sulla scuola elementare di Piobbico in ricordo dei partigiani caduti.

 

V

"Altri riuscirono a sopravvivere alle raffiche perché trovarono occasionali ripari", precisa Edo Mariotti. "Mio fratello Vito (17 anni), fatto segno a ripetuti colpi, rimase per tutto il tempo della rappresaglia appiattito sul terreno, in un piccolo avvallamento dietro un cespuglio, a pochi passi dal corpo di uno slavo colpito a morte. Giuseppe Perfetti ebbe una gamba forata da parte a parte e si salvò perché forse fu creduto morto. Intanto gli uomini anziani venivano lasciati liberi e noi più giovani, cinque o sei, fummo obbligati ad andare nei pressi della scuola dove iniziarono ad interrogarci. Fui il primo a dover rispondere e dissi subito che il Filipponi non era il comandante, ma tutti avevamo rispetto di lui per la sua cultura e per il suo modo cordiale e rispettoso che aveva nel trattare con la gente. Affermai anche che il comandante del gruppo era lo slavo Jancko Klicovak, che si era allontanato da Piobbico con gli altri slavi".

"Non ricordo esattamente quello che risposero gli altri, ma di certo so che nessuno indicò il Filipponi quale comandante. Evidentemente le notizie fornite dalla spia Cicalè e l’atteggiamento coraggioso e responsabile di Decio furono determinanti per la sanzione del suo destino. Ultimato l’interrogatorio ci fecero schierare davanti ad un lampione della luce sul quale, dopo averlo colpito più volte con i pugni, impiccarono il nostro comandante Sottotenente Decio Filipponi di Roma. L’esecuzione fu completata con un colpo di pistola alla tempia".

Era la mattina del 29 marzo 1944 e non il "giorno dopo" come riportato nella biografia in appendice alla motivazione della decorazione di Medaglia d’Oro al valore militare (Le medaglie d’oro al valore militare, volume 1942-1958, pag. 490).

"Come atto conclusivo della rappresaglia a Piobbico, i tedeschi demolirono parzialmente la scuola elementare con lanci di bombe a mano ed esplosivo", continua a ricordare Edo. "Lasciato il corpo di Decio appeso al palo, ci obbligarono a caricarci di tutte le cose che i tedeschi avevano razziato nelle case di Piobbico e ci condussero nella località Romani, dove erano in attesa i loro camion. Il ponte denominato "di Bittacci" era stato infatti demolito e gli automezzi non potevano transitare verso Piobbico. Personalmente avevo la netta sensazione di dover finire impiccato nella piazza di Sarnano. Ci fecero posare sugli autocarri tutto ciò che avevamo trasportato, tra l’altro anche un maialino, e ci indicarono, incredibilmente, che eravamo liberi di andare. Ci avviammo titubanti verso Piobbico, convinti di sentire da un momento all’altro il crepitare delle armi. Come Dio volle i colpi non arrivarono e ben presto arrivammo a condividere il dolore con tutti i compaesani".

"L’amico Pettorossi, che ci aveva preceduto verso Sarnano, scortato da altri tedeschi, fu fatto salire su di un camion e portato via. In giornata anch’egli fece liberamente ritorno a Piobbico. L’eroico sacrificio di Decio Filipponi aveva indubbiamente salvato la mia vita e quella di molte altre persone".

Al giovane sacerdote don Antonio Bittarelli, della vicina Giampereto, fu affidato il pietoso rito della benedizione delle salme dei caduti. "Dopo la rappresaglia tedesca", continua Edo, "ci fu un periodo in cui il gruppo, già decentrato in pianura, rimase in mano agli slavi. A questo periodo critico sono da addebitare, purtroppo, alcuni misfatti provocati, molto verosimilmente, da motivi di vendette personali e/o da accuse non sempre rispondenti alla verità. Caddero così proditoriamente freddati da mani ignote, quasi certamente slave: il cantoniere Domenico Piermattei, Francesco Sargolini, Leonello Galoni di Terro, padre Sigismondo a San Liberato e Giuseppe Forti a Piobbico. La presenza di un consistente numero di slavi allo sbando creava indubbiamente situazioni a volte imprevedibili ed incontrollabili".

 

Successivamente il gruppo cominciò piano piano a ricostituirsi anche con l’arrivo di forze nuove, provenienti da elementi sfollati dalle città e dai gruppi di zone limitrofe. Lasciammo la sede di Piobbico per trasferirci nella frazione Cese, ritenuta strategicamente più sicura, assumendo la nuova denominazione di Gruppo 1° Maggio".

VI

Il riordinato Gruppo 1° Maggio era pronto ad agire agli ordini del nuovo comandante Jancko Klicovak. "Verso la metà di maggio, attraverso Radio Londra, che indicava anche la sigla del nostro gruppo", racconta Edo, "arrivò l’ordine di procedere alla demolizione dei ponti e di creare più ostruzioni possibili nel settore di competenza, in vista della ormai certa ritirata tedesca". I tedeschi, abbandonata la linea difensiva Gustav, dopo la caduta di Montecassino, intendevano infatti effettuare un graduale ripiegamento verso la famosa "linea Gotica". Uno dei sicuri rischieramenti intermedi doveva essere la "linea Frieda", lungo il corso del fiume Chienti, da raggiungere con una probabile direttrice di marcia a cavallo della statale 78 (Ascoli-Macerata).

"Un mattino, appena giorno, sono partito da solo dalle Cese per andare a verificare se il ponte di Servigliano fosse sorvegliato", rievoca Edo Mariotti. "Vicino alla rotabile che da Amandola porta a Servigliano fui sorpreso dal rumore di un autocarro. Mi precipitai sotto un piccolo ponticello di scarico, dove rimasi nascosto per più di due ore. Nei dintorni, giunti con il camion, i tedeschi effettuavano un rastrellamento alla ricerca di alcuni prigionieri che qualche giorno prima avevamo fatto uscire dal campo di concentramento di Servigliano. Avevo pronta una bomba a mano da fare esplodere sul posto, qualora i tedeschi mi avessero scovato. Per mia fortuna non fui scoperto ed appena mi fu possibile mi recai a vedere il ponte che non risultava vigilato. Dopo aver cenato nei pressi di un mulino, sotto Monte San Martino, unitamente ad altri sei partigiani, che nel frattempo erano giunti con il materiale necessario per il brillamento, raggiungemmo il ponte di Servigliano minandolo a dovere. Alle ore ventitré arrivò l’ordine di brillamento che fu eseguito immediatamente. Dopo la riuscita azione del ponte ripiegammo a piedi verso la nostra sede in montagna".

A Sarnano, dopo la rappresaglia del 29 marzo, erano arrivati a presidiare la piazza nuovi reparti fascisti. In precedenza si era consumato anche l’eccidio della vicina Montalto con la fucilazione di oltre 30 partigiani. Per vendicare questo eccidio e per creare maggiori complicazioni possibili alla ritirata tedesca, arrivarono ordini superiori al "1° Maggio" per approntare un attacco a questi reparti. Per questo furono dislocati nei dintorni del paese alcuni osservatori che dovevano accertare i movimenti e le abitudini dei reparti presi come obiettivi per il 31 maggio.

"Il giorno precedente all’attacco, nei pressi della frazione Campanotico, fu catturato un giovane fascista che si era spinto, da solo, fuori dal centro abitato. Il giovane, portato alle Cese, fu interrogato sulle forze dislocate a Sarnano e sui loro movimenti giornalieri. Dopo l’interrogatorio il comandante Klicovak decise di lasciare il giovane alle Cese, guardato a vista fino all’ormai prossimo arrivo degli alleati ai quali sarebbe stato poi consegnato. Alle ore tre del 31 maggio il gruppo mosse verso Sarnano per attuare all’alba l’azione contro i fascisti. Gli addetti alla sorveglianza del prigioniero fascista, spinti forse dal trambusto ed eccitati per l’apprensione del momento, seguirono il gruppo portando il giovane verso il cimitero di Giampereto, ed arbitrariamente lo eliminarono".

 

"Per l’occasione il nostro gruppo era stato rinforzato da alcuni elementi del Gruppo ‘Nicolò’, che aveva sede nella zona di Monastero e da altri provenienti da Gualdo. Le forze furono ripartite in tre aliquote. Una al comando di Janko, responsabile dell’intera azione, si schierava ai margini del campo sportivo. Un’altra, al comando del Tenente Dusan (slavo), era disposta nei pressi del poligono di tiro a segno. La terza, con il sottoscritto, nell’area della Villa della Marchesa. L’obiettivo prefissato era quello di fare una sventagliata di fuoco su un plotone di fascisti che abitualmente si recava ogni mattino sul campo sportivo e su un altro plotone che si portava in addestramento al tiro a segno".

"Quella mattina, per motivi a noi sconosciuti, il plotone del campo sportivo sorprendentemente non andò in addestramento. Si sentirono sparare i primi colpi presso il tiro a segno e fu l'inizio di una vera e propria battaglia. I fascisti che sarebbero dovuti scendere al campo sportivo, allarmati dalle raffiche che riecheggiavano dalla zona del tiro a segno, si asserragliarono in casa Brandi, loro alloggiamento. Da qui rispondevano ai nostri ripetuti attacchi. Quella che doveva essere una fulminea azione punitiva, si trasformò in un cruento scontro a fuoco che durò per circa tre ore. Caddero sul campo due partigiani slavi, uno dei quali il Tenente Dusan, ed un numero mai precisato di fascisti. Ufficialmente si disse otto militi, ma personalmente sono del parere che ne caddero in numero maggiore. Fu comunque una tragica esperienza per tutti".

"Dopo questo evento bellico arrivarono a Sarnano alcuni rinforzi di fascisti e di tedeschi. Il nostro gruppo si era però rapidamente rischierato nella sua sede strategica e non ci furono ulteriori scontri. Ormai si aspettava solo l’arrivo degli Alleati. I tedeschi cominciarono a ritirarsi verso il nord Italia e noi, tenendoci in disparte, potevamo controllare e seguire il loro ripiegamento a cavallo della statale n. 78".

VII

Le truppe fasciste lasciarono la piazza di Sarnano nei primi giorni di giugno, quindi poco dopo l’attacco subìto dal Gruppo 1° Maggio ed ancor prima che iniziasse il passaggio della ritirata tedesca. "Per tutto il territorio di nostra competenza non ci furono scontri armati durante il ripiegamento tedesco", precisa Edo Mariotti. "Contrariamente a quanto scritto da più parti, nella zona di Sarnano, in verità non si è verificato nessun ‘aggancio’ tra alleati inseguitori e tedeschi in ritirata". I tedeschi con la loro colonna di cose ed animali razziati nei vari poderi marchigiani, raggiunsero il fiume Chienti ed attuarono un rischieramento sulla sponda sinistra, materializzando con il fiume stesso la loro nuova linea difensiva Frieda. Il Gruppo 1° Maggio, seguendo con circospezione, si attestò a sud del fiume nella zona tra Caldarola ed Urbisaglia, dove agivano anche altri gruppi partigiani. Si creò così una situazione di staticità, con qualche scaramuccia. Era per altro impensabile intraprendere un’azione di forza da parte dei partigiani fino a che non fossero arrivate le forze alleate, che erano date in avvicinamento dall’Abruzzo.

"In questo clima di attesa e di calma apparente", riprende a rievocare Edo, "avevo considerato esaurito il mio contributo per la già avvenuta liberazione di Sarnano e mi congedai dal comandante Janko. Anche gli altri partigiani locali si erano fermati. Gli Alleati però tardavano inspiegabilmente ad arrivare ed un nostro giovane partigiano anconetano, sfollato con la sua famiglia nella frazione di Coldipastine, rimase gravemente ferito. Andai a

 

trovarlo all’ospedale di Sarnano, dove era stato ricoverato e mi disse: "Edo, la morte mi è arrivata fino alle ginocchia e farà presto ad arrivare al cuore" (ciò accadde qualche giorno dopo). Uscii dall’ospedale addolorato ma con tanta rabbia in corpo. Inforcai una motocicletta che avevamo preso in precedenza alla polizia stradale e mi diressi verso Ascoli Piceno sperando di incontrare quanto prima le truppe amiche. Tutta la zona dell’ascolano era ormai libera da ogni presenza tedesca. Trovai i primi militari Alleati vicino Teramo: erano, sorprendentemente, i paracadutisti italiani della Divisione Nembo".

Dopo le pregevoli e determinanti prestazioni del Primo Raggruppamento Motorizzato Italiano, impiegato per la conquista del Monte Lungo e del Monte Marrone, nella zona di Cassino, il nostro rinascente Esercito aveva infatti costituito un Corpo Italiano di Liberazione (CIL). Il CIL era stato destinato ad operare sulla fascia adriatica, affiancando un Corpo d’Armata polacco, per l’inseguimento delle truppe tedesche in ritirata. Unità di punta del CIL era proprio la Divisione Paracadutisti "Nembo".

"Mi presentai ad alcuni di loro come partigiano", riprende a raccontare Edo, "e feci presente che i tedeschi avevano ormai raggiunto il fiume Chienti e che tutta la fascia a cavallo della statale n.78, da Ascoli al Chienti, era libera. Successivamente riuscii a parlare direttamente con un generale, ma non sapevo chi fosse. Dopo essersi convinto che quanto andavo dicendo era la verità, ed appreso che ero buon conoscitore della zona, l’alto Ufficiale salì sulla mia moto per andare a verificare di persona la reale situazione".

"Superammo Ascoli, Comunanza, Amandola e Sarnano, senza incontrare alcun ostacolo. Ci seguivano alcune camionette che furono orientate nell’area fra Caldarola ed Urbisaglia. Arrivammo in fretta, con la moto, in prossimità del fiume Chienti. Ricordo perfettamente che il Generale volle accertarsi se la zona vicino al ponte di Sforzacosta fosse minata".

 

 

 

 

 

Il Partigiano Edo Mariotti con alcuni Ufficiali della "Nembo" a Sarnano (MC) – Giugno 1944.    pag 11

 

"Avanzammo per pochi metri poi mi fece tornare indietro molto cautamente, perché aveva individuato la presenza di alcune mine. Chiesi allora se fosse un ufficiale esperto di mine e mi rispose:

- Sono il Generale Morigi, comandante della Divisione Nembo".

"Ci allontanammo dalla zona per tornare verso l’Abbadia di Fiastra. Arrivarono due raffiche di fuoco tedesco ma non ci colpirono. Presso l’Abbadia trovai un posto di rifornimento per la moto, forse polacco, già in zona da qualche giorno. Il Generale Morigi rimase con le punte avanzate della Nembo ed io, dopo aver fatto il pieno di benzina, feci ritorno a Sarnano. Arrivai in tempo per assistere all’arrivo del grosso della Divisione che ovviamente avanzava armonicamente più adagio con i propri reparti. Ebbi l’onore ed il piacere di accompagnare alcuni ufficiali della Nembo al Comune per sancirne la liberazione dall’occupazione nazista. L’episodio è documentato da una foto conservata nella biblioteca comunale. Fu questa la mia ultima azione di partigiano combattente nell’ambito del Gruppo 1° Maggio di Piobbico".

"Se non ricordo male doveva essere il 21 giugno 1944".

VIII

Oltre alle azioni di maggiore rilievo, delle quali si è trattato nei capitoli precedenti, il Gruppo 1° Maggio di Piobbico provvedeva, come d’altronde facevano gli altri gruppi dei paesi vicini, all’efficienza, alla propaganda ed alla sopravvivenza del gruppo, a curare i buoni rapporti con la popolazione locale e, soprattutto, a creare condizioni di disagio e di difficoltà per le forze nazifasciste. Non è ovviamente possibile per motivi di spazio, poter entrare nei dettagli per ogni singola azione. C’è però un episodio del quale si è molto parlato in paese, e chiedo pertanto delucidazioni a Edo Mariotti.

Mi riferisco al trattenimento a Piobbico di alcuni personaggi dell’ex partito fascista sarnanese, da parte dei partigiani. "Allo scopo di propagandare il più possibile la capacità organizzativa ed operativa del nostro gruppo", rievoca, "fu approntata una vera e propria azione sceneggiata, da svolgersi nei locali della scuola elementare. Per questo avevamo prelevato e condotto a Piobbico, quali inconsapevoli spettatori e testimoni, il veterinario Pieralisi, il dottore Francalancia, l’ex segretario Bonelli ed altri dei quali non ricordo i nomi".

"Mentre si procedeva ad un formale interrogatorio do questi personaggi, essi dovevano assistere, a una sceneggiata organizzata a loro insaputa, che simulava il rientro di alcune pattuglie, opportunamente intervallate, bene armate di mitragliatrice, moschetti ed altro, e molto spigliate nel relazionare l’esito delle loro uscite simulate. I testimoni, sotto interrogatorio, non potevano ovviamente notare che l’armamento delle varie pattuglie era sempre lo stesso. Fatte uscire, con meticolosa scaltrezza da una finestra, le armi venivano infatti riconsegnate ogni volta a partigiani diversi".

"Non ricordo se e come sia intervenuto il commissario politico della zona, Zeno Rocchi", precisa Edo, "ma di una cosa sono certo: nessuno del gruppo aveva mai pensato di procedere alla eliminazione di quelle personalità fasciste. Doveva essere, come è stata, una semplice azione dimostrativa per propagandare la consistenza e l’efficienza del gruppo".

Analizzando la molteplice letteratura che è fiorita intorno alle attività partigiane, ci si accorge che molte volte emergono, per una stessa operazione, delle diversità eclatanti. Si

 

 

riscontrano scambi di personaggi, contraddizioni riguardo al numero e alla identificazione delle vittime, discordanze sulle date, diversa attribuzione del significato politico. Purtroppo non è sempre facile sapere con precisione quello che avvenne durante la Resistenza.

A questo proposito faccio notare ad Edo che il gruppo di Piobbico è stato dichiarato, da più parti, a carattere nettamente comunista. "Non condivido assolutamente tale giudizio", precisa. "È vero che a Sarnano era presente come commissario politico il comunista Zeno Rocchi, ma è anche vero che il sottoscritto e molti altri componenti del gruppo, soprattutto tra i locali, non eravamo certamente orientati verso questa fede politica. Sono altresì convinto che neanche il nostro primo comandante, Decio Filipponi, avrebbe accettato tale attribuzione". "Al Gruppo 1° Maggio sono state ascritte azioni non fatte mentre ne sono state invece sminuite altre di notevole valenza patriottica", continua Edo Mariotti. "Contrariamente a quanto si è detto e scritto ritengo pertanto doveroso fare alcune precisazioni:

- durante la rappresaglia tedesca né a Piobbico né a Sarnano ci fu scontro armato fra tedeschi e partigiani;

- nessun camion di militari tedeschi ha mai raggiunto Piobbico, essendo stata precauzionalmente interrotta la strada con la demolizione del ponte denominato "di Bittacci";

- la morte del Sottotenente Decio Filipponi risale al 29 marzo 1944 per impiccagione ed il suo corpo appeso al capestro non fu "crivellato da colpi di mitra" ma da un colpo di pistola alla tempia;

- il Gruppo 1° Maggio di Piobbico non è mai stato alle dipendenze del Gruppo "Nicolò";

- il rinforzo offerto al 1° Maggio dagli altri gruppi, in occasione dell’attacco al presidio fascista di Sarnano del 31 maggio 1944, non è stato così consistente come annotato in più parti ;

- non mi risulta che i cadaveri dei due partigiani caduti nell’attacco del 31 maggio siano stati sfigurati dai militi fascisti;

- nessun partigiano del Gruppo 1° Maggio di Piobbico è stato mai interessato, né ha tanto meno partecipato alla più volte pubblicizzata "partita di pallone" di Sarnano contro i tedeschi".

A conclusione della sua rievocazione storica Edo Mariotti puntualizza che nel giugno del 1944, malgrado i reiterati inviti del commissario politico Zeno Rocchi, rifiutò di iscriversi a qualsiasi partito politico. Egli ritiene che proprio per questo motivo, a fine attività del gruppo, non fu incluso nell’elenco dei partigiani di Sarnano.

"Solo dopo aver fatto apposito ricorso all’ANPI di Ancona ed al Ministero degli Interni", conferma, "mi è stata concessa la qualifica di partigiano combattente, equiparata al grado di Capitano, con dichiarazione integrativa della Presidenza del Consiglio dei Ministri n. 3402 in data 13 giugno 1959".

Fine

 

 

 

 

 

 

 

 

Edo Mariotti. Nato a Sarnano (MC) il 16 marzo 1921, primo di dodici figli maschi. Subito dopo l’attività partigiana si è trasferito a Roma.

Per motivi di lavoro è stato per un lungo periodo di tempo anche in Africa (Costa D’Avorio). Ha sempre lavorato nel campo dei legnami divenendone un eccellente conoscitore e un esperto organizzatore per gli impianti di lavorazione. Sposato con Flora Bruschi, ha avuto quattro figli: Pacifico, Maria Luisa, Roberta e Marina. Ritiratosi dal lavoro alterna il proprio domicilio tra Roma e la frazione Cese di Sarnano.