<<<Back                     Mietitura (métitura)

Dopo tante preoccupazioni per le gelate del periodo invernale, delle piogge torrenziali e del vento forte in primavera, finalmente il momento di allegria si manifestava nei campi in modo spontaneo e spensierato durante il faticoso lavoro della mietitura "mètitura".

Lavorando in gruppo c'era chi amava raccontare barzellette pungenti, chi invece coinvolgeva scherzosamente qualche ragazza con ammiccamenti o provocazioni di presunte occhiate di simpatia con qualche conoscente o vicinato, chi invece amava cantare canzonette dell'epoca.

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L'allegria maggiore però si manifestava con i cosi detti "canti a patoccu". Si trattava di  versetti pungenti con riferimenti specifici cantati alternativamente da una donna, che iniziava, e da un uomo che  rispondeva . I versi erano inventati di volta in volta, secondo il riferimento,  cogliendo particolari personali che non lasciavano dubbi a chi erano rivolti. Naturalmente ad ogni canto  seguiva un commento accompagnato da rilassanti risate.

Nel corso della giornata si effettuavano brevi ma numerose interruzioni per i pasti. Era il proprietario del grano che offriva quanto più poteva e cucinato con passione e cura da parte della donna di casa per allietare il marito e per ben figurare con i paesani.

La prima interruzione era "la colaziò" , dopo circa 2 ore un rapido passaggio con dolci e vino cotto, successivamente il pasto principale "la mérènna" , gustato normalmente sul posto, sotto l'ombra di un grosso albero.

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Nel corso del pomeriggio almeno due altre interruzioni veloci sempre con dolci affettato e vino cotto. 

Il momento giusto per tagliare il grano veniva scelto dai più anziani secondo la loro esperienza in merito anche alla posizione ed al tipo di terreno ed anche ai consigli di un vecchio proverbio "quanno la spiga fà l'unci, curri a mète cundadì" . Mietere troppo presto, significava avere problemi  al momento della trebbiatura;  mietere troppo tardi, le spighe secche, avrebbero perso chicchi di grano preziosi. Normalmente la raccolta avveniva nel corso del mese di Luglio.

Anche questo lavoro si svolgeva in gruppo tra gli abitanti della frazione, cioè con "lu scàmbiu dell'òpere".

Ragazzi e ragazze lavoravano insieme scambiandosi talvolta occhiatine di simpatia che spesso sfociava in rapporti impegnativi e duraturi. Si iniziava presto la mattina per approfittare il più possibile delle ore meno calde. Pochi erano gli strumenti indispensabili per la mietitura, il falcetto, i cannelli e la pietra, custodita quest'ultima, all'interno di un corno di bue con dell'acqua.

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Con una mano si prendeva un mazzetto di grano e con l'altra si tagliava. Così procedendo si raccoglieva un quantitativo di grano tale da formare  un covone "còa" ,  successivamente  legato con "lu varzu", costituito da un mazzetto di spighe, opportunamente arrotolato, da formare un legaccio.  La mano dedita alla preparazione del fascio da tagliare, per evitare di essere colpita dalla lama del falcetto, si usava proteggerla con pezzi di canna o cannelli di latta,  opportunamente infilati. Le "còe" venivano disposte una su l'altra in modo incrociato creando cosi "li cavallitti".

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Sulla sommità del cavalletto veniva infilata una canna alla cui estremità, un altro pezzetto di canna di traverso, formava una croce, quasi ad invocare la protezione del Signore su questo bene prezioso e indispensabile.  Alla sera, dopo la cena, si formavano piccoli gruppi a parlare delle previsioni sul raccolto e le ragioni della buona o cattiva riuscita. Le dure fatiche della giornata trascorsa sembrava non aver scalfito minimamente il fisico e lo spirito. Forse ciò che dava tanta forza era la consapevolezza che tutto il sacrificio era completamente per se stessi per il fabbisogno ed il sostentamento della propria famiglia. Nessun padrone, nessun speculatore, ogn'uno era responsabilmente il padrone di se stesso.

Col passare delle ore, qualcuno allietava la giornata cantando canzoni d'amore o divertenti canti a dispèttu. Un canto in cui ad una frase improvvisata e scherzosa, un'altro rispondeva in modo altrettanto improvvisato ma con tono pungente.  Le fasi conclusive del canto venivano eseguite in contemporanea modulando le vocali su lunghissime note finali. L'atteggiamento caratteristico consisteva nel posizionare la testa uno accanto all'altro, poi l'uomo poneva la sua mano aperta davanti alla bocca per indirizzare le note verso la sua interlocutrice e richiamando, allo stesso tempo, l'attenzione dei presenti.

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