Satira

 
1)

 

 

 

 

Amico caro, con il tuo poema                  tentasti caricarci doppia soma,                   ma sappi che di te nessuno trema,               de li tuoi versi che non punge e doma.        A rispondere fu sempre mio sistema          anche a versi di cresciuta chioma;            ma sembrano picchiati dal martello         che adoprava Vulcano a Mongibello. Vulcano a Mongibello: Il Mongibello E' un grosso cono che copre la zona centrale dell'attuale massiccio dell'Etna e ne comprende più di un terzo del volume. Si tratta del centro eruttivo più recente ed è sede delle bocche sommitali attuali. La vita di questo apparato può essere suddivisa in più fasi: Mongibello antico e Mongibello recente, separate dalla formazione della caldera del Cratere Ellittico e Mongibello moderno, rappresentata dalle eruzioni storiche.
2) Oggi, giorno festivo, un sole bello               Riscalda il terreno bagnato e mollo,           che sa non ridestasse il mio cervello            con seguaci dottissimi d'Apollo                     per poter risponder a questo e quello       che infuriati ognun mi salta al collo.          Non so se sono cinque o sono sei                 che danno con la penna colpi rei.               Apollo: Era patrono della poesia, in quanto capo delle Muse, e viene anche descritto come un provetto arciere in grado di infliggere, con la sua arma, terribili pestilenze ai popoli che lo contrariavano. In quanto protettore della città e del tempio di Delfi, Apollo era anche venerato come dio oracolare, capace di svelare, tramite la sacerdotessa chiamata Pizia o Pitonessa, il futuro agli esseri umani
3) Ma queste cose a te, Rocchi, direi,               "Quando mi sposto io, tu pur lo sai,             di rime non ne fo sessantasei,                     come tu hai fatto e che ti sembra assai,      ma se il tempo avrà come vorrei,                 di vergar qualche foglio destinai.             Scrivo però senza soddisfazione                   per aver d'altra parte il paragone." Vergar qualche foglio: Scrivere con mano decisa;
4) Lo so, lo so, che non sei un fregnone,           che molte volte m'hai fatto tremare;        tremai però quando fu la cagione                che si trattava il moro avvoltolare.             Per un'ottava, che a combinazione,           udisti da qualche amico raccontare,            l'hai messa per cappello sulla cima,           per coprire le corna a qualche rima. Cagione: dal latino "occasio", motivo, ragione, occasione.

Moro avvoltolare: avvolgere, rotolarsi; ma qui si pensa voglia dire "raggirare"; Il riferimento "moro" si presume voglia dire: scuro di pelle.

5) Mi dice il pizzo dell’ottava prima;               "Te lo svolgerò io questo problema".         Fu fatto il quattro oppure l’anno prima,      a Mascimburgo, in quella parte estrema;     dell’ottava seconda senza stima,               sembra che anch’ella sia di quello stema.    Era bossu Zampogna, dico quando,           Giardini fece questa istoria a canto. Pizzo dell’ottava prima: Inizio della prima ottava;

Mascimburgo: Forse un luogo

Di quello stema: si riferisce alla seconda ottava che somiglia alla prima, dello stesso tipo, stesso sistema;

Era bossu: Il capo della compagnia dei taglia boschi; (Un riferimento temporale)

6) Io della terza ottava, ultimo canto,              lessi parole prive di talento.                       Mai poeta non fui, neppur mi vanto,     come tu hai detto e come legger sento;       seppure in qualche parte vado errando,    da specchio può servir questo argomento. Andando un po più giù debbo sostare,     trovo un inciampo che fa sgomentare.  Inciampo che fa sgomentare: un ostacolo, in merito al contenuto, che crea sgomento, perplessità.
7) Di capo d’anno ti sento parlare,              trattarti qui dovrei come dovere,              errasti, è meglio tu ti puoi informare,        che certamente mi farai piacere,                quando venisti, parla se ti pare,                 dimmi se quando mai mancò da bere.   Bacco non mancò mai, parola santa,         nel trentanove e neanche nel quaranta. Bacco non mancò mai: Bacco è una figura della mitologia romana, corrispettivo della divinità greca di Dioniso Dio del vino, della vendemmia e dei vizi;
8) E non usiamo mica una bevanda                  di acqua limonata o acqua tinta,                usiamo quel che chi lo beve canta             con quell’aria di Orfeo la variopinta.         Ecco Querin con la sua propaganda          dicendo: "Anch’io gli do la spinta";           Apposta disse che poco lo paga,                ma è come quello su Pienalaga.                  Orfeo: ( significa: colui che è solo) era un poeta e un musico. Le Muse gli avevano insegnato a suonare la lira, ricevuta in dono da Apollo

Variopinta: opera cantata da Orfeo per la sua donna;

Pienalaga: lo stesso vino bevuto a Pienalaga; (si presume sia il posto conosciuto come Piadalaga, una grande distesa di terreno fertile situato sotto il bosco di balzo rosso )

9) Quello che bevetti ‘lla giornata          Ancora ciò la panza tutta inquieta,             come la purga di doppia portata,             che Checco si bevè la Forseneta.               Gli dovrei ancora dire a ‘ssa brigata,        con arroganza più o meno discreta;          sol dico a Rocchi che gli costa cara,          su la fonte lasciò la perticara. Forseneta : un luogo

Perticara: Aratro trainato da una coppia di vacche;

10) E pur jiarrio da di cosa più amara,             tanto a lui che a lu compare ancora,          ma lascimili ji, roba de fora,                        per non farli pianger qualche ora.               Dio ne scampi sennò, chi li repara,             che non scaravogghia un fogliu ancora,     su un quadernacciu, Cantà co’ lu Compare. Qui manca una riga, probabilmente perduta nella trascrizione a macchina;
11) Io non so proprio chi li fa parlare                in questi modi e in questo paragone;            In su la settima e ottava ho da sostare,       che trovo di spropositi un milione.               Sappi che per noi è troppo il lavorare,        quel dei giorni feriali, in conclusione,         da noi il giorno festivo è aspettato,           come aspetta il congedo ogni soldato.
12 Ci alziamo quando Febo ha riscaldato,        le sue parti del globo ad ogni lido,               quando colazione è preparato,                     (non baccalà di quello impuzzolito),          ma carne di suino macinato                     che invita a mangiar senza appetito;           e poi una buona parte de ‘ssa jente     sanno bene il costume di Tagliente. Febo: Nome del Dio Apollo, figura centrale di molti miti greci e romani; Il termine greco "Phoibos" significa splendente;

 

13) La messa per noi detta solamente        (poche son le fortune in queste bande)     Che tutti noi si ascolta paziente,               tutti i giorni festivi qui davante;     preghiamo ancor per la povera gente        che fra qualche dì volge le piante                in un bosco deserto e disumano,          lontan da bestie che hanno il sesso umano.
14) Ecco un tale che dice in modo strano        sembra che alcun di voi che abbia il baleno, infuriati con la penna in mano,             mandi la parola senza freno.                    Mai ricordai nessuno di Sarnano,            ridottisi a dormire a pianterreno.             Per essere troppo ingordi a lavorare,         la rapazzòla non si voller fare. Rapazzola : rifarsi il letto;
15) Io non so che gli sembra di fare,             dopo che han guadagnato un napoleone    in più di noi se ’n se li può gustare,    essendosi ridotti col bastone;               troppa è l’economia per il mangiare:     sempre riso e patate, un minestrone,    questi son ladri, e ognuno l’ha capita,          i rubatori della propria vita. Un napoleone in più:: guadagnare più soldi o anche più stima;
16) Eccolo il cantinier che a dir m’invita,        con la calma parola consueta,                     in base alla quarta ottava mal capita;   sento che i miei compagni poco allieta,      mi da un lavor che mi grava la vita,    neanche la compagnia mai si disseta.    Neanche Decio ha un lavoro come il mia,    il sedici d’Agosto all’osteria. Decio: L'imperatore Decio salì al trono di Roma nel 249. Durante il suo consolato, l'impero romano attraversò una profonda crisi. (Per questo fu molto impegnato).
17) "Questa è verità non è bugia-                     dice qualcuno a tutta l’assemblea"        Questi hanno il rostro peggio dell’arpia,     che a dir male di altrui ha sempre idea.     Se gli dai retta ti manda in pazzia,             come la bella Diana o Citerèa                  han fatto come il bue che fà l’astuto             a dire contro l’asino "cornuto". Rostro –Motto derivato dall'uso degli uccelli che normalmente si difendono con le unghie e con il becco. Nel linguaggio corrente la frase significa difendersi con ogni mezzo. Arpia - Nella mitologia greca, le arpie (le "rapitrici") sono creature mostruose, con viso di donna e corpo d'uccello. L'origine del loro mito deve forse ricondursi a una divinificazione del vento. In seguito, esse vennero a personificare le avversità che colpivano intere popolazioni: guerre, carestie, epidemie e cataclismi.

Diana o Citerèa : Divinità, beltà rare enunciate in molte opere, dall’Orlando Furioso fino ai nostri giorni. In "rime amorose" di Torquato Tasso:

"Donna, ch’ogn’altra donna oggi vincete,                   chi vuol conoscer voi, conosca prima                            Diana, Citerèa, Minerva e Giove".

18) Avrei voluto ancora, senza aiuto,          confidare a voi qualche segreto,                 ma il termine vedo e mi rifiuto,                 chè con lo ripensar mi è sovvenuto         tutti di salutar senza divieto;                        se in qualche verso fino qui ho mancato,    spero da voi resterò scusato.
19) A salutar da Biagio ho cominciato,           che perdonar mi voglia a ciò l’invito,         se per la retta vio che ho camminato         fossi qualche volta fuori uscito,                   per il semplice insulto capitato                    ch’io già troppo mangiai senza appetito,    vorrei veder se quando questa piglia,      Cantà e compagni come si consiglia.
20) Gli dirai presto che non se la piglia             di quello che gli disse ‘ssa canaglia,           se all’ippogrifo ancor mette le briglia,         se dei detti miei si meraviglia.                      Però di fronte ai suoi è sempre normale,   che li mischiasse se gli sembra uguale. Ippogrifo Appartenente alla mitologia greco-romana, ha zampe posteriori e corpo di cavallo o di leone; testa, collo, ali e zampe anteriori d’aquila o di avvoltoio.
21) Un saluto a Pacifico cordiale                    invio di cuore come l’à il piacere;               Per dirti di Cantà co ‘llu maiale                   meglio l’avesse lasciato nel porcile.            Credea la gita far domenicale,                   invece si cambiò con tanta bile:                  l’avessi visti giù per lo stradello,              ogni tanto cantava un ritornello.
22) Ci mancava soltanto un zapponcello        per essere, che tu intendi senza fallo;         Avanti va Cantà col canestrello,      t�..t� dicendo e d� il granturco giallo.

L’un spinge e l’altro tira il poverello,          con la capezza che parea metallo;             Vide Cantà che lo tirar non vale                  in collo se lo mise l’animale.

Zapponcello: una piccola zappa
23) Adesso qui saluto il caporale,                     credo quest’anno non sarà il simile           che non ci porti l’augurio pasquale,            come lo scorso anno il nove Aprile.             Intanto adesso pensate a carnevale,            e non farete come vostro stile;                  Tu che sei a capo fallo il tuo dovere,       lascia la tirannia, lascia giacere.
24) Non lascio qui di salutare il cassiere Bench'è  di fame vi faccia morire,             solo l’economia gli fa piacere,                   che poco spende vuol sentirlo dire;            se me lo mandi qui gli fo vedere                   come la vita non potria soffrire.                 Che pensi un poco per la compagnia          Non a dir sempre di cavalleria.
25) Non lasso il cantoniere per la via,               anche lui salutar mi viene idea;                 non credi che colpevole lui sia                     che non dettò, se pur dettar sapea,               la rampa lui non mise su la mia,                  non è  per questo dalla parte rea.                 Avrai poco commercio, non lo nego,           pazienza. Clienti hai del menefrego.
26) Ora a colui che di cantà ha l’impiego,          li suoi cenni di rispettar mi è grato,          insieme ad altri qui il saluto lego,                 se anch’esso qualche verso abbia dettato.  Fatemi un po’ sapere, se pur mi spiego,      di quell’antico mal se gli è passato.             Lo so, lo so che rompe assai i coglioni,        che è assai lagnoso contro li garzoni.
27) Se sulla pancia diedi con speroni                  a voi, Rocchi, con discorsi strani,         lecito non mi par che vi abbandoni,             senza salutarvi a larghe mani,                      perciò vi raccomando siate buoni,               non molestate quando dormono i cani.       Se pur tu il colpevole non sei stato,              ma è sol la firma che ti ha condannato.
28) Luigi ancora non ho salutato,                      m’affretto a salutar che ho conosciuto       che della istoria scrittural sei stato;            di dir che grato fui non mi rifiuto,               fatti pagar se ancor non ti ha pagato         per il lavor, benché breve compiuto.          Ora che questa prende non trascura,         vedrai che assai lavoro ti procura.
29) Lasciar non debbo e mi prendo premura, Migliori salutar come è maniera;                 so che non discuti con quell’arsura              a tavolino con tutta la schiera,                     e de li detti miei fuori misura,                       ch’essi siano sensati in me si spera.              Io scrissi questo perchè  fu uno spasso,      non scrissi mica per fare il gradasso.
30) Di Fiore mi sovvien e qui non tralasso,        anche lui salutare m’interesso;                   eran curiosi con quel porco grasso,             sulle spalle lui e Cantà lo_stesso,     camminando cosi a passo a passo,               a tarda ora certo fece ingresso.                   Credo perdonar voglian questi e quelli,      discorsi infondati brutti e belli.
31) Ora mi son rimasti i tre novelli,                  che, come ho inteso, sembra fanno i galli,   specie quando suona a travicelli,              centocinquanta e più stenta a scorzarli.      Enio-Dino e Francesco sono quelli          che dell’ottava parte urtò i cristalli;           ve la finisco io l’ottava parte,                    appresso a Raffaele e la consorte.
32) Non è, non è per voi questa la sorte,        trovate a camminar parte deserte,             ma se ci passo io le chiuse porte,            trovo rotte, sbarrate e semi-aperte.            Se far volete quattro passi a Orte,                contro noi spingetele altre offerte,               che siamo sempre più  come sapete,           quello che desiate troverete.
33) No, miei cari, con la vostra rete,                  il pesce tonno non ce lo pigliate,                  se anche come Frontirio sfrondati siete       vostro collega qui mai non ‘rrivate.             Se fosse Fiore si che lea la sete                    Che del mestiere ha le parti indorate,         no, voi, che non sapete in conclusione,        qual è la prima faccia del passone.              
34) Ora questo ed ora quel garzone,                 saluto senza alcun che ci rimane;                 Armando che pensoso ha compassione,      lo vedo tutti di da sera a mane,                   ma sarà stata la dichiarazione                  che ha riportate a lui parole strane;             lo invito a incoraggiare il suo pensiero        che non e questo un mal da cimitero.
35) Lu Ricciu salutare abbi pensiero,               Adamo, Emilio, quale dico e imparo,          di da’ a ‘ssi scaglionati sul cimiero       quando vi dasse che comando amaro.        Al piccolo Cecchetti do un sincero     Saluto, ugual che sia un germano caro,     digli a tuo padre che sbagliò il parlare,    chè dell’economia non sò il compare.
36) Avrei voluto ancora seguitare,                   poiché non dissi tutte le ragione,              però la carta mi vedo mancare,                dico la verità, mi fa impressione:              mi resta solamente ricambiare                    saluti di noi tutti a processione,                  senza che il nome di ciascun vi detto,         ognun di ricambiar ha degno rispetto.
37) Ecco Moscati che mi manda detto:            Biagio di salutar al primo estratto,           tutti, man mano, e più dice a Righetto        che lo cerca Guerin di tratto in tratto.       Come Orlando che trovò il boschetto,        di Angelica le insegne e divien matto,         dice di poi che gli è rimasto in gola              che promessa gli aveva la braciola.  Orlando: Orlando, è senza dubbio il protagonista indiscusso delle vicende dell'Opera dei pupi; egli è il piïù valoroso dei paladini di Carlo Magno, ed è un personaggio realmente esistito nel 700, le cui imprese eroiche sono cantate alla fine dell'XI secolo nella Chanson de Roland; caduto nella battaglia di Roncisvalle (778), questi divenne nelle chansons de geste il simbolo delle virtù eroiche e cortesi. Angelica , la donna saracena per cui lo stesso Orlando impazzisce d'amore perdendo il senno che soltanto sulla luna riuscirà a ritrovare.
38) Amici cari, non ho più parola,                     gli altri pensieri il parlar mi cela,                 la voglio abbandonar questa scuola            che sembra che non sia di quella vela.        Il mio pensiero sempre là   s’invola            Che è fosco il mondo d’indegna candela,    poiché del nuovo canto e l’arretrato       ancora non abbia regolato.
39) Io e primo almeno abbiam tracciato         Un solco tra il confine italo-greco,      avendo coi Balcani assicurato                     di leale amicizia un ampio spreco.              Dimmi, Cantà, se cosa hai conquistato,      sul tuo richiamo non apristi spreco:           solo facesti di animo gentile,                     quei giri di corsa nel cortile.
40) Addio, amici, arrivederci a Aprile,              se prima non avremo occasione,                  quando Rocchi pagherà  un barile                ed io mezzo che ò giusta ragione,                 che se ne intendi il guadagno mensile          il mio dal suo non ha paragone,                  addio e buone cose, Rocchi Enrico,             son Gentili Fiorello, sempre amico.
8/1/1940

F i n e